Dialoghi sulla fede tra un parroco e uno scrittore

Dialoghi sulla fede tra un parroco e uno scrittore

Don Franco Manunta


Don Franco Manunta ricorda le sue esperienze sacerdotali in diverse parrocchie e svela alcuni retroscena legati al rapporto con lo scrittore Salvatore Mannuzzu

Se la Diocesi di Sassari disponesse di una sorta di hit parade sulla longevità dei sacerdoti nell’incarico di parroci, don Franco Manunta, occuperebbe probabilmente il primo posto. Ha iniziato la sua carriera nel 1979, a 27 anni, assumendo il suo primo incarico da parroco a Bonnanaro, cui è poi seguita l’assunzione della guida spirituale di Mater Ecclesiae. Era il 2001. Incarico difficile perché complessa era la parrocchia localizzata in un’area cittadina con una forte presenza di famiglie borghesi, scuole e attività commerciali. Don Franco non si è mai preoccupato delle difficoltà della gestione di una parrocchia o dei rapporti con l’arcivescovo. Chi lo conosce bene lo ha definito “un uomo carismatico, che sa parlare non solo ai cattolici ma anche a chi è lontano dalle chiesa e con lui dietro l’altare si sente a casa”.

Queste qualità don Franco le ha dimostrate nei diciassette anni in cui è stato parroco di Mater Ecclesiae.
“Lavorare in una parrocchia con tanti fedeli, esigenti e particolarmente attenti ad una corretta gestione della casa di Dio, è stato una sorta di laboratorio di sperimentazione. Mater Ecclesiae non ha mai avuto spazi adeguati da destinare allo sport e ad altre attività utili al coinvolgimento dei giovani in un lavoro di squadra. Ho capito che dovevo inventare qualcosa coinvolgendo il maggior numero di parrocchiani in varie attività. Con alcuni volontari abbiamo preparato un programma di iniziative e ci siamo dati da fare”.

Come avete iniziato?
“Con interventi di personaggi su argomenti utili ad una maggiore comprensione di problemi della chiesa e della società in generale. Sono venuti a parlare con noi professori, scrittori, giornalisti, musicisti, abbiamo tenuto concerti con gruppi locali e stranieri. Abbiamo fatto in modo di presentare al meglio una vita che non fosse solo quella legata alla religione. Questo programma si è poi arricchito con la scelta dell’web che ha portato alla nascita di Radio K2 Mater e più tardi di Tv K2 Mater.

“E’ stato il modo più rapido ed efficace di far conoscere le nostre iniziative, raccogliere e proporre alla riflessione dei fedeli programmi da noi realizzati o mutuati da altri, compreso il Vaticano, o altri social, trasmettere in diretta le messe di fine settimana per quanti non potevano frequentare la chiesa. Insomma, l’web è stata una scommessa che abbiamo stravinto.. Sono stati anni di grande impegno e lavoro fruttuoso che hanno favorito il rapporto di aggregazione con la comunità del quartiere e dei giovani in particolare”.

È vero che a questo lavoro ha contribuito anche lo scrittore Salvatore Mannuzzu?
“E’ verissimo. Fino a quando le sue condizioni fisiche gliel’hanno consentito è stato protagonista di diversi interventi nel corso delle nostre iniziative. Un giorno mi chiese di poter esporre una delle opere di misericordia corporali, “Come seppellire i morti”, e un’altra di fare una riflessione sulla beatitudine partendo dalla frase “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” tratta dal cantico delle creature di San Francesco.
“In Mannuzzu la fede non è mai stata un dato scontato ma una ricerca profonda attraverso i temi della sofferenza e del dolore ecco perché ha scritto un saggio su Giobbe che è il testo più antico e problematico su questo tema universale. Il resto della sua vita l’ha vissuto in questa direzione, cercando una risposta che non fosse soltanto razionale”.

Don Manunta, ma come si concilia tutto questo con la personalità di un uomo politicamente di sinistra, che per tre legislature è stato deputato nelle file del Pci, seppure da indipendente?
“Mannuzzu era un uomo che, soprattutto dopo la morte della figlia e di sua moglie, soffriva enormemente la solitudine. Nulla, neppure scrivere nuove opere o poesie, riusciva più a rendergli accettabile una condizione di vita che lo tormentava e di cui si sentiva ingiustamente vittima”.

Don Manunta, Mater Ecclesiae le è rimasta nel cuore, si sente, ma ora lei regge la parrocchia di San Giovanni Bosco, nel quartiere di Monserrato, una realtà completamente diversa.
“Oggi la chiesa di S. Giovanni Bosco è una cattedrale nel deserto. Spazi enormi per le funzioni religiose, carenza di aree da destinare alle iniziative che servono per richiamare i giovani, aiutarli a socializzare e lavorare insieme. E’ comunque un cantiere aperto, in work in progress, per farne un riferimento per tutto il quartiere. Per ora ho quasi pronti due campetti con fondo in erba artificiale e all’interno dell’oratorio ho sistemato per il tempo libero tavoli da ping pong e biliardini. La parrocchia di S. Giovanni Bosco conta circa 6 mila fedeli”.

Il Papa andrà a breve in Irak dove i cristiani hanno pagato duramente il conflitto avviato dagli Usa contro Saddam Hussein. Alle volte mi sembra che faccia sforzi sovrumani per affrontare i problemi del mondo, dal rispetto della natura all’aiuto delle popolazioni che muoiono di fame nel disinteresse dei paesi ricchi. Le sue encicliche hanno avuto come primi destinatari proprio gli uomini di chiesa. Ma le attese di una risposta forte e solidale sono andate in parte deluse. Molti sacerdoti vorrebbero occuparsi esclusivamente delle attività proprie della chiesa. Sbaglio?
“Purtroppo è così. Il papa ha avuto il coraggio di denunciare nell’enciclica “Laudati sì” il rapporto disumano che esiste con i paesi poveri, lo sfruttamento delle loro risorse sottratte ai popoli che ne sono legittimi proprietari. C’è voluto un papa venuto dall’altra parte del mondo per denunciare tematiche come l’economia selvaggia”.

Che rapporti ha con l’arcivescovo Mons. Saba?
“Formali, a causa della diversità generazionale e pastorale. E poi, lo dico con molto rispetto, i preti in generale, poiché lavorano per lo stesso padrone, avrebbero bisogno di maggiore fiducia e considerazione”.

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2 Replies to “Dialoghi sulla fede tra un parroco e uno scrittore”

  1. Io ormai frequento la Domenica la sua chiesa e trovo la messa più coinvolgente, le sue prediche parlano di vita reale, non appare come un format senz’anima…

  2. Don Franco: un grande sacerdote ed un uomo di spessore. Non sono stato un parrocchiano assiduo, ma ho tratto dalle sue parole grandi insegnamenti e, sopratutto, dai suoi comportamenti, ineludibili esempi per un buon cristiano.

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